9/1994
IL SÉ. PRIMA PARTE: DEFINIZIONI E COSTRUZIONI

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Carlo Sini, “La voce del sé e la signora Darwin”/Mario Ruggenini, “Il principio dell’io. Io, gli altri, l’alterità come abisso”/Fabrizio Desideri, “La fuga in sé. Variazioni sul tema della coscienza”/Massimo Ammaniti, “Attualità ed evoluzione del ‘sé’ in psicoanalisi” (Intervista a cura di Francesca Cesaroni)/Giorgio Sassanelli, “L’io e il sé”/Gianfranco Trippi, “Lo specchio delle brame. Io e soggetto agli esordi della teoria lacaniana”/Gian Giacomo Rovera, “Formazione del sé e patologia borderline”/Alberto Clivio, “L’’io’ biologico”/Giuseppe O. Longo, “Il sé tra ambiguità e narrazione”/Marco Piazza, “Il sé molteplice di Fernando Pessoa”/Paolo Francesco Pieri e Daniel C. Dennett, “Il sé e i sé. Quale tipo di realtà?” (In forma di corrispondenza)

 

Io considero il sé unitario come qualcosa che si potrebbe chiamare un’illusione benigna; non c’è nessun sottosistema neurale, e nessuna collezione di sottosistemi, che possano essere identificati con quel Sé, o con nient’altro di simile al Sé, che noi tendiamo a immaginare di avere. Ma la tattica di trattarci reciprocamente (e di trattare noi stessi!) come se avessimo tutti un sé – e nei casi normali, come se avessimo un sé per ogni corpo – è un principio organizzativo così prezioso che sembra corrispondere a verità. Da questo punto di vista un sé è molto simile a quello che è un centro di gravità per un fisico o per un ingegnere: non è “reale” (non è un atomo, o una sottoparte di un oggetto fisico), ma il trattare un oggetto come se avesse un centro di gravità è una tattica troppo utile per essere abbandonata. Che tipo di realtà ha un sé? Esattamente lo stesso tipo di realtà che hanno i centri di gravità. Ma che tipo di realtà è questa? Mi sono divertito a scoprire come i filosofi abbiano risposto alla mia posizione con obiezioni “ovvie”, obiezioni che sono, tra loro, del tutto opposte. Un critico sostiene che dal momento che i centri di gravità sono perfettamente reali, e dal momento che io affermo che il sé è una sorta di entità fittizia, devo essermi sbagliato nell’escogitare il mio paragone. Un altro critico sostiene che siccome i centri di gravità sono delle non entità, cioè non hanno affatto nessuna realtà, allora, strettamente parlando, non possono essere paragonati ai sé, dal momento che io non sono un “eliminazionista” nei riguardi del sé! (Per ulteriori dettagli cfr. il mio saggio “Real Patterns”, nel «Journal of philosophy», 1991, pp. 27-51).

Io credo che questo suggerisca che il mio paragone è del tutto corretto; se la comunità dei filosofi può decidere qual è lo status ontologico dei centri di gravità (che non sono per nulla misteriosi), allora io posso osservare che quello status – qualunque decidano che sia – è esattamente lo stesso del Sé. Riconosco che questa può sembrare una risposta evasiva, ma mi viene in mente come risposta costruttiva a una questione che, fin dall’inizio è irresolubile: poiché i filosofi non riescono a mettersi d’accordo su ciò che essi intendono con realtà (e non possono neppure mettersi d’accordo sullo status ontologico di qualche cosa di così semplice e di così poco misterioso come un centro di gravità), posso rimandare la mia risposta alle loro obiezioni fino a quando non avranno deciso la questione – ma posso anche anticipar loro una caratteristica che la mia risposta avrà: darò la stessa risposta per i sé e per i centri di gravità.

Daniel C. Dennett

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