3/1991
CONOSCENZA E DELIRIO

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NOTA EDITORIALE “La misura della differenza”/Carlo Sini, “La quarta casella”/Carlo Tullio-Altan, “Delirio ed esperienza simbolica”/Sergio Vitale, “La coscienza della simultaneità”/Eugenio Borgna, “I confini io-mondo nella Whanstimmung”/Mario Rossi Monti, “Il delirio tra scoperta e rivelazione”/Maurizio Ferrara, “La trama”/Gianfranco Trippi, “Perdita di sé e perdita del mondo nell’esperienza psicotica”/Giuseppe Maffei, “Fondamenti dell’apparato per pensare i pensieri”/Salvatore Natali, “Lo spazio della filosofia”

 

Pensare la conoscenza, per indagarne le forme, i processi, i limiti; riflettere criticamente sui suoi presupposti, le finalità, gli esiti; attraversare i dominii entro cui si esercita, per svelare le trame delle implicazioni, dei rimandi e delle contraddizioni che va inevitabilmente costruendo.

Questo il compito che non può venire mai meno se vogliamo che la conoscenza non si trasformi nella parodia di se stessa, chiudendosi – mentre celebra in apparenza i suoi trionfi – nel cieco universo dell’ovvio e delle certezze.

Opponendosi all’idea, per lunghi tratti dominante nella cultura filosofica e scientifica dell’Ottocento, del sapere inteso come rispecchiamento di un ordine costituito a priori, il pensiero contemporaneo, attraverso le voci di alcuni dei suoi maggiori protagonisti (si pensi ad autori come Wittgenstein, Musil, Schönberg, Kafka) ha ribadito con forza la necessità di tenere continuamente in scacco la conoscenza, per intralciarne il cammino verso il sogno rassicurante di una verità già data, che si lascia svelare progressivamente.

Ai nostri giorni, quella che si presenta come il frutto di questa tensione non può essere certo definita nel giro di poche frasi; ciò che comunque si può dire con una certa “sicurezza” è che appare dotato sempre di minor senso il parlare, almeno per quel che riguarda l’ambito delle cosiddette scienze umane, di verità valide al di fuori del discorso che le ha enunciate, trasferibili in qualità di certezze all’esterno del programma entro cui sono state concepite, per rischiarare i più disparati angoli di quanto chiamiamo realtà.

L’idea della conoscenza come espressione di una legalità naturale trova sempre più spesso a fronteggiarla l’idea della conoscenza come costruzione, in grado di condurre al sapere di un oggetto nel momento stesso in cui si dimostra capace di procedere al suo allestimento.

Liberata dalle ipoteche di un pensiero scientista e logicizzante, la nozione di verità non può essere tematizzata in modo disgiunto dall’idea di finzione.

Non perché la verità sia la negazione o l’opposto della finzione; ma proprio perché – è stato “osservato” – al concetto di verità si intreccia indissolubilmente l’atto della finzione che accompagna alla base qualsiasi attività immaginativa. In questo senso, ogni acquisizione del sapere costituisce in sé un falso, non tanto in relazione allo specifico programma di ricerca di quel sapere (immune per definizione dalla propria falsità), quanto rispetto a programmi di verità di quegli altri saperi concomitanti e concorrenti che vengono contemporaneamente a dischiudersi e a cui la stessa acquisizione è legata in varie forme.

Se de-lirio è il venir a essere di un sistema coerente e organizzato e insieme di un uomo e di un mondo assolutamente conosciuti, lo stato d’animo delirante – che possiamo cogliere precedentemente e successivamente al delirio – è emblematico dell’assenza di un sistema (la designazione di un ‘‘nulla’’) insieme all’estraneità da sé e dal mondo. Massimo grado di conoscibilità nel primo caso e massimo grado di inconoscibilità nel secondo.

Discende da queste considerazioni il problema dell’incontro colla questione della misura dell’alterità. Pacifica nientificazione dell’alterità nel delirio, attraverso il venirsi a insediare di una conoscenza assoluta, e perturbante centralità di “altro” nell’accadimento del non-sapere.

In entrambe le condizioni non si fa esperienza del conflitto con l’alterità ma si confligge con l’alterità stessa. Paradossalmente, in questi due modi di essere totalmente calati nella situazione, si assiste al farsi di una guerra distruttice dell’alterità nel primo caso, e a un fare “nulla” che, però, vuol dirsi “paci-fico”. Sul venire a essere di questo “nulla” e alla misura di tolleranza della “differenza” e dell’”alterità” è dedicato questo fascicolo.

Paolo Francesco Pieri

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