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La rivista “atque” continua la sua pubblicazione in formato cartaceo per i tipi di Moretti & Vitali di Bergamo, ma d’ora in poi gli articoli di tutti i fascicoli – esclusi quelli degli ultimi due anni – sono leggibili (in formato pdf) su questo sito e scaricabili in maniera completamente gratuita.

Sicché i fascicoli di “atque” dal 1990 (anno della sua fondazione) sino a quelli di due anni fa sono ad accesso libero e quindi aperti a ogni forma di ricerca, mentre gli altri hanno un “embargo”, per l’appunto, di due anni – naturalmente il formato cartaceo di tutti i fascicoli rimane disponibile presso le librerie (vedi “librerie amiche”) e ordinabile all’editore (ordini@morettievitali.it).

Essendo digitalizzato l’intero archivio storico, per individuare gli articoli e poterne fare le ricerche sia per autore che per parola chiave, basta consultare questo indice articoli e qualora interessi scaricare il file pdf, cliccare sul titolo.

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Empatia e rappresentazione della conoscenza

di Silvano Tagliagambe
«atque», 25-26, 2002, pp. 35-72

1. Lo spostamento dell’empatia dal piano psicologico a quello logico

Quali sono i punti di forza e di debolezza di una teoria, come quella dell’empatia (dal greco empatheia, “passione”), secondo la quale la chiave per la comprensione di un altro soggetto consiste nella capacità di proiettare se stesso nella sua struttura interna e di identificarsi con lui in una sorta di comunione affettiva?

Questa è una delle domande cruciali che Popper si pone quando si interroga sul processo attraverso il quale un soggetto conoscente qualunque può arrivare a comprendere le azioni di un altro essere (altro…)

La paura e il mostro. Linee di una ‘filosofia della simpatia’

di Ubaldo Fadini
«atque», 23-24, 2001, pp. 29-42

Inquietudini

Nel suo informato testo sui mostri, F. Giovannini fornisce una breve storia dell’interesse per il mostruoso – dalla teratologia iniziale, legata al terrore per le mutazioni del corpo e in generale alle alterazioni della natura, fino alla teratologia sociale che si articola a partire dai mostri ottocenteschi – che mi sembra utile riprendere, soprattutto in vista di una identificazione del mostruoso odierno con ciò che è più “comune”, in un senso tutt’altro che negativo. Proprio una “analisi sociale” del mostro può infatti mettere in luce come quest’ultimo e società siano strettamente intrecciati: «( …) il (altro…)

Empatia e comprensione

di Carlo Sini
«atque», 25-26, 2002, pp. 73-80

Il termine empatia è sovente usato per indicare il possesso di personali doti “psicologiche”: ci sono persone che si considerano particolarmente dotate di empatia e non di rado ne danno dimostrazioni empiriche e pratiche di una certa evidenza. Così intesa la nozione si dilata notevolmente: dalle capacità “sensitive” di individui in ogni senso inconsueti, all’uso professionale di tale nozione, per esempio in vari rami ben noti della psicologia o nella teoria estetica (a partire da gli studi di R Vischer, Th. Lipps e H.S. Langfeld).

Non è però mai esaurientemente chiarito a cosa propriamente ci riferiamo quando parliamo di empatia. A mio avviso l’inconveniente nasce dalla presupposta convinzione che l’empatia debba essere (altro…)

Radici antiche della paura

di Nicoletta Salomon
«atque», 23-24, 2001, pp. 43-58

a Giulio Ciampi

per i suoi 80 anni

 

Le parole della paura cercano una classificazione rassicurante. Si vuole distinguere lo spavento come ptoesis, paura che accade, accidentale, momentanea, phobos effimero e fugace, che percuote davanti a un pericolo, prima del combattimento, durante un terremoto o un’eclissi; dalla paura che dura, hyponoia tou kakou, sospetto, congettura del male, deos. (altro…)

Il fumo e il fuoco

di Marino Rosso
«atque», 25-26, 2002, pp. 81-116

AVVERTENZA: In molti sensi e attraverso molte vie il testo di finzione (fiction) si è fatto protagonista della cultura del nostro tempo, tanto che una proposta di filosofia finzionale non richiederebbe attualmente al cuna giustificazione. Si potrebbe anche ricordare il detto di Wittgenstein: «Philosophie kann man ei gentlich nur erdichten (A rigore si può fare filosofia solo fingendola)». Tuttavia non è in osservanza ai modelli oggi prevalenti, o all’idea anticipatrice di Wittgenstein, che un saggio sul solipsismo assume appropriatamente i caratteri della finzione: si tratta, a mio avviso, di una necessità teoretica specifica. Parlando di solipsismo, di solito si trascura la considerazione elementare che, propriamente, non può darsi qualcosa come il solipsismo: oppure sì, ma unicamente come (altro…)

La prospettiva fenomenologica in psicopatologia

di Karl Jaspers
«atque», 22, 2000, pp. 97-124

 

Si è soliti distinguere, nell’esame di un paziente psichiatrico, tra sintomi oggettivi e sintomi soggettivi. Sono sintomi oggettivi tutti gli eventi che si manifestano alla percezione: riflessi, movimenti rilevabili, i tratti di un volto riproducibili fotograficamente, eccitazioni motorie, espressioni verbali, produzioni scritte, azioni, comportamenti, e così di seguito. Sono sintomi oggettivi tutte le prestazioni misurabili, come la capacità di lavoro, l’abilità nell’apprendimento, la memoria, eccetera. Si è soliti, infine, porre tra i sintomi oggettivi anche le idee deliranti, i falsi ricordi e simili: in una parola, tutti i contenuti razionali delle manifestazioni linguistiche del paziente. Contenuti che certo non possono essere percepiti sensibilmente, ma solo compresi intellettualmente, e che (altro…)

Paura della morte e anoressia. Mistica del digiuno tra Caterina Benincasa e Simone Weil

di Ines Testoni
«atque», 23-24, 2001, pp. 59-72

Uno dei destini fondamentali del corpo è la vita, l’altro è la sua morte. Tra le due certezze oscilla la paura, emozione che si radica nel terreno del più abissale sentimento -l’angoscia di morte – su cui si edificano sistemi di conoscenza atti ad affrontare l’antico ed eccellente problema dell’uomo, quello del senso da attribuire all’esistenza e a ciò che la segue. L’angoscia, morsa entro cui il pensiero soffoca e l’azione implode, si rende visibile allo sguardo quando l’esistenza sia considerata in relazione alla morte. La paura è il sentimento da cui trapela la siderea oscurità da cui nasce il bisogno dell’uomo di definire le cause della sofferenza e le strategie per prevenirle o curarle. Qui si indaga il rapporto tra la paura della morte e una delle tecniche atte a ridurre il dolore che essa segnala: il (altro…)

Da Jaspers a Jung. Il ripensamento dell’esperienza come base della teoria clinica

di Maria Ilena Marozza
«atque», 22, 2000, pp. 125-150

 

La storia del pensiero psicologico ci ha consegnato una divaricazione radicale, di metodo e d’oggetto, tra le due più profonde, intense e innovative teorie che hanno dominato la ricerca psicologica del XX secolo. Fenomenologia e psicoanalisi hanno sviluppato autonome visioni del comprendere psicologico appoggiate a prospettive epistemologiche e a concezioni antropologiche senz’altro incompatibili.

Semplificando, forse eccessivamente, potremmo dire che lo scalino che separa il procedimento fenomenologico da quello analitico è l’atteggiamento verso la comprensione dell’esperienza psichica, in (altro…)

Verità ed efficacia in una prospettiva junghiana

di Marco Innamorati e Mario Trevi
«atque», 18-19, 1998, pp. 129-138

Interrogarsi sul significato dei termini ‘verità’ ed ‘efficacia’, dal punto di vista dello psicologo, equivale innanzi tutto a porre in questione un assunto assai spesso surrettiziamente sottinteso dai professionisti della terapia analitica: l’assunto di una stretta correlazione o addirittura di una completa corrispondenza tra tali termini.

Si presuppone cioè che la verità sia di per sé efficace e che all’inverso l’efficacia sia prova di verità. Calando i freddi princìpi nella concretezza della psicoterapia, ciò equivale a dìre che si è portati a ritenere che una tecnica terapeutica rettamente fondata porti all’ottenimento di risultati positivi sul piano clinico e che l’ottenimento di tali risultati possa rinforzare l’opinione del terapeuta di aver (altro…)

La psicopatologia in Théodule Ribot

di Marco Innamorati
«atque», 20-21, 1999, pp. 137-152

 

La figura di Théodule Ribot appare segnata da un singolare paradosso storiografico. Riconosciuto in generale come protagonista chiave nello sviluppo della psicologia come disciplina scientifica da tutti gli storici della psicologia, da Boring a Brett, da Ellenberger a Berrios, egli risulta dedicatario di un nu mero proporzionalmente limitatissimo di studi monografici. Non esiste a tutt’oggi una sua biografia dettagliata, mentre l’ultima monografia sulla sua opera, intitolata Le philosophe Théodule Ribot (Du gas, 1924) risale a più di settantacinque anni orsono.

L’apporto storico di Ribot può essere apprezzato già soltanto prendendo in considerazione i suoi sin golari “primati” e scorrendo un sommario elenco dei suoi allievi e dei personaggi da lui (altro…)